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Articolo da La Voce del Mezzogiorno

Il Mezzogiorno all'epoca della globalizzazione

di Crescenzo Gazzillo

Da qualche tempo il problema del mezzogiorno è scomparso dal dibattito politico. Potrà sembrare un fatto naturale, visto che al momento l’azione del governo è concentrata tutta sul risanamento dei conti pubblici e dedica poca attenzione ai problemi della crescita. Ma, prima o poi, se si vuole che l’Italia non sprofondi in una depressione senza fine, che avrebbe come effetto la destrutturazione del sistema produttivo del paese, il problema dello sviluppo dovrà essere affrontato, e con esso il problema del mezzogiorno.

E' opinione largamente condivisa  che non è possibile intraprendere la strada della crescita senza lo sviluppo del Mezzogiorno. In altre parole, la soluzione della questione meridionale non è  solo un problema sociale, ma essenzialmente un problema strategico per imboccare la fase della ripresa del sistema Italia. Lasciare una vasta area  sottoutilizzata, sia come capacità propulsiva della domanda sia come fattore di sviluppo, potrebbe essere fatale per tutto il paese.

Fatta questa premessa, bisogna subito aggiungere che nel terzo millennio non è più possibile fare ricorso alle vecchie politiche basate sul trasferimento di quote di spesa pubblica alla classe politica meridionale; queste politiche, infatti, hanno avuto quale effetto prevalente quello di alimentare le pratiche clientelari  dei partiti e la malavita in cambio della pace sociale. La globalizzazione, la recessione e il controllo dei mercati finanziari sulla dinamica della spesa pubblica ci impongono l’abbandono di queste pratiche per concentrare gli interventi sul miglioramento dei  beni e dei servizi da offrire ai cittadini ed alle imprese.

Per fare tutto questo è necessaria una nuova classe politica ed una nuova moralità de partiti in modo, come peraltro sostenuto da molti, da innescare un cambio di mentalità da parte degli operatori al fine di procedere ad una profonda bonifica del tessuto sociale e politico.

Sul piano strettamente economico bisogna puntare invece sulla valorizzazione delle eccellenze e delle specificità del mezzogiorno ed in particolar modo su quelle risorse locali su cui la concorrenza estera è meno incisiva.

Per concludere l'Italia e l'Europa devono aiutare il mezzogiorno a valorizzare se stesso fornendogli infrastrutture adeguate e garantendo con leggi efficaci l’ordine pubblico e la lotta all’illegalità, senza appesantire eccessivamente l’iniziativa privata e promuovendo nel contempo cultura e formazione. Il compito del mezzogiorno invece è quello di fornire una nuova classe dirigente e partiti politici in grado di adeguarsi alla nuova situazione del mercato con una nuova moralità.

15 novembre 2012

Incontro 27 ottobre 2012 a Roma

locandina_sm.JPGL'associazione incontra i rappresentanti regionali: la dichiarazione di Paolo Gambi

Laici e cattolici al centro, a sostegno di Monti

 

“La riunione con i rappresentanti regionali della nostra Associazione è stato un importante momento di riflessione discussione  sull’attuale condizione del Paese e sull’iniziativa che devono assumere l’Associazione stessa ed il movimento repubblicano.

La nascita del Governo Monti, attraverso la costituzione di un ampia maggioranza parlamentare, ha segnato il superamento del bipolarismo muscolare che ha caratterizzato gli ultimi venti anni della vita politica italiana, determinando i guasti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

L’azione del Governo Monti ha consentito di riportare al centro della discussione e dell’iniziativa di governo i gravi problemi del nostro Paese ed ha restituito all’Italia quella credibilità che altri prima di lui avevano dissipato.

Superare definitivamente il bipolarismo ed offrire serie, mature e credibili risposte all’ancora difficile situazione economica italiana devono ora essere gli obiettivi che vanno rafforzati e consolidati per uscire dall’emergenza sia politica che sociale ed economica.

Questo deve essere il centro dell’iniziativa politica dei Repubblicani e questo è l’impegno che si assume l’Associazione “I Repubblicani - Concentrazione Democratica”.

In  questo senso, noi guardiamo con favore alle iniziative in atto, anche in funzione elettorale, che puntano a riunire laici e cattolici, a collocarli al centro dello schieramento politico italiano e, domani, costituiscano il perno della soluzione politica alla crisi del Paese, con un programma serio di ricostruzione nazionale, che veda insieme, noi auspichiamo, queste forze e la parte più consapevole e non populista dei progressisti.”

 


I VIDEO DELL'INCONTRO

intervento di PAOLO GAMBI www.youtube.com/watch?v=aTSpzEZQUX8&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di MAURO APARO http://www.youtube.com/watch?v=Vt3YJvdlZDQ&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di PAOLO FUSI http://www.youtube.com/watch?v=d6c1np9MAbM&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di CRESCENZO GAZZILLO http://www.youtube.com/watch?v=xMyvNDLpxsU&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di CLAUDIO CHIOCCARELLO http://www.youtube.com/watch?v=ZNKdakkGpmo&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di CARLO SPINA http://www.youtube.com/watch?v=5uP3vLcJMz8&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di PAOLO ARSENA http://www.youtube.com/watch?v=a31uCNhRZQc&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di ROCCO CASCIANA http://www.youtube.com/watch?v=fOh7DpjHZmU&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di ALBERTO RIDOLFI http://www.youtube.com/watch?v=6IhETbME8oY&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di GIULIO PERONI http://www.youtube.com/watch?v=p8wV2-KBqa0&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di GIANLUCA CRICRI' http://www.youtube.com/watch?v=mOdt7cQZAR8&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento di on. GIORGIO LA MALFA http://www.youtube.com/watch?v=BKk-3-z7Amc&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

intervento finale di PAOLO GAMBI http://www.youtube.com/watch?v=mlNWRpAAcXU&feature=share&list=PLNQG8Kxi6vDO6G4vNdk_U9F66yVyErGZl

Contributo del 21/10/2012

Enti locali efficienti, in otto mosse

di Gianluca Fratoni

 

Alcuni mesi or sono, parlando con l’Amico Paolo Arsena, gli esprimevo alcune mie perplessità sulla storica posizione dei repubblicani per l’abolizione delle province; era il periodo del decreto “Salva Italia” che interveniva pesantemente su questi organi, di fatto svuotandoli completamente di funzioni, e la mia osservazione concerneva la necessità di affrontare il problema della “governance” degli enti locali in una ottica più ampia rispetto a quella della semplice soppressione di un livello di governo.

Torno ora su questo argomento stimolato dal recente intevervento dell’amico Fusignani pubblicato sul nostro sito il 1° ottobre e dal dibattito che nelle ultime settimane si è sviluppato sul ruolo delle regioni a seguito dei noti scandali emersi nella regione Lazio.

Cercherò di esprimere il mio pensiero per punti sintetici.

1. Il problema della “governance” degli enti locali va affrontato nell’ambito di una strategia organica che preveda sia interventi di natura costituzionale (riforma del titolo V della Costituzione) sia interventi mirati con legge ordinaria (Codice delle Autonomie), coordinati in un unico disegno riformatore. Ogni intervento che vada ad incidere su singoli settori (ad esempio, la soppressione o – come è stata poi ridefinita – la riorganizzazione delle province, la ridefinizione delle competenze delle regioni in materia di legislazione concorrente con lo stato) non è di per sé idoneo a produrre gli effetti desiderati in termini di razionalizzazione della macchina pubblica, di miglioramento dei servizi per il cittadino, di riduzione della spesa o quanto meno di riqualificazione della stessa verso interventi/settori che ne abbiano necessità.

2. Inquesto quadro generale  il problema della articolazione degli enti locali e della definizione delle loro funzioni deve investire tutti i livelli. Le regioni devono essere ricondotte a enti di legislazione e di programmazione, spogliandole delle competenze amministrative che devono essere attribuite ai livelli più prossimi ai cittadini (comuni e province). Molte regioni oggi svolgono anche funzioni amministrative del tutto improprie, e questo ha portato a una crescita spesso incontrollata delle strutture burocratiche regionali.

3. Deve essere affrontato senza remore il problema della riorganizzazione della articolazione regionale. Non ha senso avere regioni con popolazione inferiore a un milione di abitanti. Senza rincorrere la drastica e irrealistica proposta delle tre macro regioni, sarebbe già un primo sufficiente passo prevedere la soppressione delle tre regioni a statuto ordinario più piccole (Umbria, Molise, Basilicata) aggregandone i territori alle regioni limitrofe, oppure riprendere le valutazioni, per molti versi ancora attuali, del famoso studio della Fondazione Agnelli di una ventina di anni fa. Va poi ripensato il ruolo delle regioni a statuto speciale che probabilmente non ha oggi più senso, naturalmente nel rispetto dei diritti e delle prerogative delle popolazioni di etnia e lingua non italiana presenti nel nostro territorio.

4. Le province devono – a mio giudizio – restare, profondamente rivisitate, come enti di secondo livello espressione dei comuni per lo svolgimento di funzioni di area vasta che non possono essere svolte dalle Regioni (per le motivazioni di cui sopra e per evitare che si consolidi ed espanda il centralismo regionale, molto più pericoloso e deleterio di quello dello stato) né dai comuni, anche se associati. La viabilità e le reti di trasporto, la gestione dei rifiuti, la programmazione della istruzione e l’edilizia scolastica per la scuola secondaria superiore, la gestione dell’ambiente, lo sviluppo economico dei territori – solo per rimanere ad alcune funzioni – non sono idonee ad essere gestite a livello comunale o di aggregazione di alcuni comuni, ma necessitano di bacini di popolazione e di superficie ampi ed ottimali quali potrebbero essere appunto quelli delle “nuove” province, articolate su territori di almeno 2500/3000 kmq e di non meno di 350000/500000 abitanti. Del resto la soppressione degli organi “politici” di nomina diretta e della funzione di rappresentanza generale, con trasferimento ai comuni delle competenze amministrative non di “area vasta”, dovrebbero di per sé essere già idonei a configurare la provincia come ente snello, di “servizio”, magari anche non più espressamente previsto in Costituzione ma comunque con un suo preciso ruolo nella articolazione dei poteri locali nel nostro Paese, come del resto lo è nella maggioranza dei paesi europei. Nell’ambito della riorganizzazione delle province devono, infine, decollare definitivamente le città metropolitane per il governo dei territori, normalmente ricomprendenti decine di comuni, che gravitano economicamente e socialmente, oltre che storicamente, intorno alle città più grandi.

5. I comuni devono restare come elemento di base, fondante, delle comunità locali e svolgere tutte le funzioni amministrative di ambito locale, salvo quelle inerenti l’area vasta attribuite alle province. Sono contrario alla forzata fusione dei comuni piccoli, perché ogni comune è rappresentativo di una comunità e di una storia radicati in quel territorio spesso da centinaia di anni. Ciò non significa, tuttavia, che comuni contigui non possano mettere “in rete” una serie di servizi per i cittadini (ricorrendo anche a forme obbligatorie o quanto meno fortemente incentivate),  conseguendo significative economie di scala. Dovrebbe poi essere possibile prevedere per i comuni piccoli (ad esempio sotto i 3000 abitanti) solo il sindaco e dei consigli molto snelli che riassumano anche i compiti della giunta, e ridurre fortemente questo organismo (ad esempio prevedendolo non superiore a tre membri) nei comuni fino a 10/15000 abitanti. Non ha senso prevedere, come oggi avviene, che il comune di 1000 abitanti e quello di 200000 abbiano gli stessi organismi (seppure con composizione numerica diversificata). Vanno abolite nei comuni fino a 200/250000 abitanti le circoscrizioni comunali (salvo garantire la gestione articolata sul territorio di una serie di servizi), incentivando, attraverso la fornitura di servizi idonei, la creazione di consigli di zona/quartiere quali organi di rappresentanza spontanea e volontaria, purché democratica, delle esigenze dei singoli territori del comune.

6. Devono essere soppresse tutte le agenzie, i consorzi, le aziende, gli istituti a vario titolo creati a livello regionale, provinciale e comunale per la gestione o la fornitura di determinati servizi. Questi organismi, che si contano a migliaia in tutto il paese, anche se creati molti anni anni addietro con le migliori intenzioni e che in molti casi hanno comunque svolto un ruolo positivo, per via della degenerazione della politica non più concepita come servizio ma come strumento di potere a servizio di gruppi di persone,  sono di fatto diventati centri di potere utili per la collocazione di personale politico da riciclare, per assunzioni e consulenze fuori dai controlli e dalle procedure della pubblica amministrazione, per la effettuazione di spese di dubbia legittimità.  Le funzioni di indirizzo e controllo devono essere garantite in modo rigoroso ed efficiente dalla pubblica amministrazione competente. Le funzioni gestionali devono essere attribuite ad aziende private operanti nel mercato, da scegliere con rigorose procedure ad evidenza pubblica. Ai cittadini interessa, ad esempio, che i trasporti pubblici funzionino, non che sia pubblica la proprietà della azienda che li esercisce. Il comune garantisca i livelli necessari di servizio e la equa remunerazione dello stesso e vigili sul corretto adempimento dei contratti, ma attribuisca la gestione dell’esercizio attraverso una gara pubblica ad un soggetto imprenditoriale.

7. Va valutata la opportunità di reintrodurre i controlli preventivi di legittimità e di merito sugli atti delle amministrazioni locali, almeno per spese superiori ad una determinata soglia e per determinate tipologie di spesa. Questi controlli dovrebbero essere affidati alle sezioni regionali della Corte dei Conti e non essere interpretati come una inammissibile intromissione ma nell’ottica di una positiva e concorrente valutazione di tutti gli organi della repubblica (lo Stato e le autonomie locali) al migliore perseguimento dell’interesse pubblico, spesso piegato ad esigenze e logiche di parte, cosa che ha portato all’esplodere, nei decenni,  della spesa pubblica improduttiva.

8. Deve, infine, essere rivisto profondamente il meccanismo fiscale e di finanziamento degli enti locali, riducendo i trasferimenti dello stato alla sola funzione di perequazione che elimini gli squilibri fra i territori, responsabilizzando gli amministratori locali sull’uso delle risorse prelevate dal proprio territorio in maniera equa, visibile, trasparente, come equo visibile e trasparente dovrà essere il loro impiego ad esclusivo vantaggio della comunità.

 

 

Gianluca Fratoni